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LèGGERE LEGGéRE

Lettura in gruppo di testi femministi

È da molto che cerchiamo di trovare il tempo e il modo per leggere assieme alcuni testi femministi che consideriamo fondamentali e che per una ragione o per l’altra poi non riusciamo o possiamo affrontare da sole: la lettura assieme è certamente un modo che ci stimola a farlo passo passo anche grazie alla possibilità di un confronto in gruppo.

COME SI SVOLGE

Ogni donna singolarmente legge un brano o un capitolo del libro (in base a quanto concordato dal gruppo) e nel momento dell’incontro ci si confronta liberamente rispetto alle sensazioni, suggestioni o riflessioni che quel capitolo ci ha suscitato. Ognuna può contribuire con altri spunti (testi giornalistici, poesie, altri libri) suscitati da quella lettura, per arricchire l’incontro.

L’approccio è libero, “leggero” appunto e basato sul piacere della lettura assieme: non è scolastico, non importa capire tutto o dimostrare bravura e competenza in qualcosa, ma solamente lasciarsi catturare dal testo, farsi scuotere. La letteratura non è dichiarativa, non è qualcosa su cui si può essere d’accordo o meno, ma mette in moto le nostre reazioni ed emozioni, ci coinvolge, ci chiama.

IL PRIMO LIBRO

La mistica della femminilità di Betty Friedan

Fu così che una decina di donne si ritrovarono intorno al tavolo del salotto virtuale di Zoom, anche se abitano a centinaia di chilometri, anche se sono nella loro cucina con il tavolo rotondo e la tovaglia a fiori o hanno alle spalle un armadio bianco quattro stagioni, anche se sono in un sottotetto o in una camera d’albergo con il perlinato al muro. Quello che le unisce per otto lunedì sera è la lettura del libro La mistica della femminilità, di Betty Friedan, psicologa e giornalista americana degli anni settanta. L’autrice descrive il profondo malessere in cui precipitarono le donne degli anni cinquanta che non si identificavano più solo nel ruolo di madri, mogli e casalinghe felici ma che non avevano nemmeno la consapevolezza di cosa desiderassero: avevano perso la loro identità. La lettura non è sempre agevole per lo stile del saggio (qualcuna ha detto palloso, un’altra più elegantemente l’ha definito ridondante) in cui viene fatta un’enunciazione e vengono portate a supporto interviste o studi, la stessa affermazione viene nuovamente ripetuta con altre prove e testimonianze e poi ancora e ancora. Verrebbe voglia di dirle:

“Betty abbiamo capito, perché ce lo ripeti? Non ne hai bisogno perché sappiamo cos’è quell’insoddisfazione.”

Le donne sedute al tavolo virtuale si sono rispecchiate in molte delle immagini che l’autrice ossessivamente rimandava.  In un rigurgito di autostima (destabile termine) verrebbe voglia di dire che sono trascorsi cinquant’anni da quando Betty scriveva, oggi le donne possono fare tutto e essere tutto…ma, forse solo in apparenza. C’è un divario su quello che viene proiettato dai media e quello che siamo realmente, che desideriamo. Come alcune hanno fatto notare c’è il vuoto femminile nei ruoli apicali, ci sono convegni scientifici in cui i relatori sono solo uomini.

«Le ingiustizie di genere si ripresentano sempre sotto nuove forme». Chi potrebbe fare una simile affermazione? É una “voce delicata e argentina” che esce dalle pagine del libro. È la piccola Lucy Stone, nata nel 1818, “vestita di seta nera col pizzo bianco al collo” che avanza con le sue amiche: Antoinette Brown, Margaret Fuller, Angelina Grimkè, Abbey Kelley Foster. Hanno subito minacce e violenze, furono denigrate ma nella loro vita hanno visto le leggi cambiare a favore delle donne e ottenuto l’accesso all’istruzione superiore. Dietro a loro tante altre che si sono succedute e che non trovano posto in nessun testo scolastico di storia, manca una sorta di solidarietà nel tempo. La debolezza sta anche nel non conoscere l’eredità delle donne che ci hanno preceduto.

Abbiamo letto l’ultimo capitolo. Il libro è chiuso ma è sempre lì, in mezzo a noi. È riuscito a creare un legame, non “amiche” come è stato ribadito, tra coloro che hanno letto, si sono confrontate o hanno ascoltato, anche con chi ha dormito. La sfida delle Mafalde di lèggere leggère ha generato, nelle doglie, solidarietà. Ricominciamo?

IL SECONDO LIBRO

La donna vaginale e la donna clitoridea di Carla Lonzi

Il condominio zoom delle Mafalde si è riunito intorno al saggio di Carla Lonzi La donna clitoridea e la donna vaginale. La prima serata vedeva le signore appoggiate al davanzale con fare guardingo quasi a chiedersi: «dove andremo a parare?» Solo due manifestavano certezze: l’una totalmente vaginale e l’altra totalmente clitoridea.

Al secondo incontro il gruppo appariva più animato e rilassato. La materia veniva piano piano assimilata.
Una frase è tornata spesso: «Peccato non averlo letto prima.» Rammarico.
Il libro non è una novità editoriale, risale agli anni Settanta e non si trova in libreria, nemmeno in biblioteca, va proprio cercato. Vediamo di capirne il motivo.

Nell’Africa continua a perpetuarsi l’infibulazione, la clitoride è sempre asportata più altre parti, più o meno ampie, dei genitali femminili. Di solito è una donna che lo fa ad altre future donne. Questo fa acquisire maggior valore all’individuo femminile perché viene controllato impedendole il piacere. Noi non siamo africani ma evoluti occidentali e certe pratiche le condanniamo. Ma forse siamo tutte Violetta:

Follie! […] / Di voluttà nei vortici perire. /Sempre libera degg’io / Folleggiar di gioia in gioia, / Vo’ che scorra
il viver mio / Pei sentieri del piacer.

che così canta nella Traviata. Una donna che afferma la propria libertà e indipendenza anche nella sessualità. Qual è il suo destino? Non può che morire, deve sacrificarsi per l’amato, per non mettere in crisi gli schemi, le convenzioni. Se non muore può sempre essere considerata folle. Questo è il cibo con cui siamo state allattate, l’aria che ci hanno fatto respirare. Siamo state sottoposte a un’infibulazione mentale, emozionale, anche dalle nostre madri, altrimenti avremmo rischiato di morire o di impazzire. Relegare il proprio desidero dentro una cassapanca del solaio è la scorciatoia per la nevrosi. In brasiliano clitoride si dice “grelo”, germoglio. Il germoglio ha in sé la promessa della vita futura. Continuiamo a togliere i germogli dai rami.

Dopo tanto leggere, una delle signore del condominio ha proposto la gita di classe ad uno sexy shop. Mi sono documentata e cosa ho scoperto? Sono giocattoli creati certamente da maschi. Perché? Andate a verificare dopo aver letto “La donna clitoridea e la donna vaginale”.

IL TERZO LIBRO

Il gruppo di Mary Mac Carthy

Il gruppo, la storia di otto ragazze dell’alta borghesia che si sono diplomate al prestigioso Vassar College e muovono i primi passi nella società. L’aspettativa del lettore, almeno la mia, era di trovare la… sorellanza. Invece…

La struttura del romanzo sembra quella di un condominio disegnato da un architetto distratto. Mette nello stesso stabile la topaia di Norine che rimane tale anche quando si trasferisce. La casa Ikea di Kay, l’appartamento asettico di Priss, la suite di Pokey gestita dal maggiordomo Hatton, la soffitta di Polly e gli appartamenti signorili delle altre. Nessuna va a bussare alla dirimpettaia di pianerottolo per chiederle lo zucchero di cui è rimasta sprovvista. Non si trovano per condividere un caffè o per scambiarsi delle ricette.
Il tetto sotto al quale tutte possono abitare è Lakey. La troviamo al matrimonio di Kay e poi parte per l’Europa. Il suo nome torna costantemente, come se il suo spirito fosse sempre lì. Rientra poco prima della morte di Kay. Cura parte della regia del funerale e fa uscire Harald allo scoperto con tutta la sua miseria umana. Quest’ultimo evento avviene all’interno di un’auto. Un altro interno. Ciascuna continua ad abitare le proprie stanze. Quello che manca sono i muri portanti della relazione tra di loro e non solo.
Polly, un incrocio tra Biancaneve e Cenerentola, si trova a dover accudire il padre affetto da sindrome maniaco-depressiva che ha già portato al fallimento la famiglia e finisce a vendere il suo sangue per poterlo mantenere. Vende il sangue ma non si pone nemmeno il problema se desidera coabitare con il padre.
Poi c’è Priss che ha partorito un robottino con annesse istruzioni scritte in varie lingue. Quella del marito-pediatra che è un fautore dell’allattamento al seno a orario. Quella della madre che suggerisce l’uso del biberon. Quella delle infermiere che propongono allattamento a orario ma con aggiunta di poppata artificiale. La lingua di Priss non è prevista. Il robottino ha un difetto di fabbricazione: non fa la cacca a comando e questa fa provare imbarazzo alla madre. Niente altro.
E poi Kay. È la prima a sposarsi e primo capitolo descrive il suo matrimonio che si svolge in una cappella laterale di una chiesa episcopale. Sia il rito che il rinfresco rimangono in mente per le pennellate di degrado: le calze storte e le scarpe consunte e nere di Kay, il tappeto liso, il dolce bruciacchiato e stantio. Il nero a un matrimonio e essere tredici a tavola sono presagi di come evolverà la vicenda. Sembra quasi che ci sia una predestinazione. Sarà la prima a morire: l’unico modo per uscire dalle situazioni che si sono create?
Oltre ai muri portanti delle relazioni interpersonali mancano anche quelli della relazione con se stesse.
Capitoli che si succedono come racconti singoli in cui le protagoniste del momento passano il testimone alla successiva. Il gruppo, un romanzo scritto negli anni Sessanta, ambientato negli anni Trenta ma potremmo definirlo un moderno romanzo da lockdown. Se lo immaginiamo come stratificazione di ere geologiche troveremmo sulla superficie le tematiche della sessualità sia omo che etero, della violenza sia fisica che psichica, le problematiche psicologiche e psichiatriche. Nello strato intermedio, di notevole spessore, l’incomunicabilità inter e intrapersonale. Infine un terzo livello, sottile, quasi impercettibile ma molto inquinante di depressione. I semi piantati all’inizio del libro sbocciano alla fine, il già scritto a cui non ci si può sottrarre. Anche Norine mette a suo figlio un nome che sembra una predestinazione, Ichabod cioè senza gloria. L’inizio di un nuovo romanzo?

IL QUARTO LIBRO

Legami feroci di Vivian Gornick

Due donne camminano per le strade di New York. Due donne come tante: una madre e una figlia che ricordano il passato e inevitabilmente si scontrano. Poche volte, però, ci è dato di ascoltare da vicino una conversazione tanto intima, ma qui è possibile perché la figlia è Vivian Gornick e “Legami feroci” è il suo primo memoir, un libro diventato di culto e annoverato tra i più significativi del suo genere.

È lei che ripercorre una vita segnata dalle continue lotte per l’indipendenza dalla madre, quella che le cammina accanto, intelligente pur se non istruita, prigioniera della perdita prematura del marito ma determinata ad affermare ancora e ancora il suo ruolo di leader non solo in famiglia, ma anche nella piccola comunità dove per anni hanno vissuto. Arguta, feroce, stravagante, questa madre è una gigantessa domestica con cui il confronto è sempre estremo.

Vivian Gornick racconta in rigoroso disordine la sua vita con e contro una donna ingombrante, difficile, certo indimenticabile, in un libro che, come gruppo, ci ha particolarmente coinvolto e stravolto perché, forse, in quel legame ferocemente ingombrante ci siamo riconosciute.

IL QUINTO LIBRO

L’altra Grace di Margaret Atwood

Ago e filo, una donna vestita di grigio con una cuffia in testa, pezzi di stoffa colorati.

Questa è l’immagine di Grace nel romanzo ed è lei che lo scrive con l’ago e il filo. I suoi sono punti piccoli e fitti, una calligrafia minuta, che unisce frammenti di tessuto a formare descrizioni, a riempire pagine che sono i quadrati che compongono i patchwork, come tanti capitoli. “Piatti rotti” narra la traversata dall’Irlanda al Canada dove si rompe la teiera, oggetto simbolo della cultura inglese. Cultura che viene lasciata per andare verso qualcosa di nuovo in cui i pezzi si ricompongono nell’unire le stoffe. “Cuore e frattaglie” descrive della macelleria che avviene in casa Kinnear. “Vaso di Pandora” rappresenta la seduta di ipnosi in cui esce un’altra parte di Grace.

I pezzetti di stoffa vengono scelti dalla borsa che li contiene e assemblati. L’immagine è caleidoscopica e basta ruotarla che si modifica. Così i ricordi estratti dalla memoria generano visioni diverse in base alle emozioni che li hanno generati, una lettura diversa per ciascuno di noi. Lo schema è sempre lo stesso ma si modifica in base ai colori. Anche le stagioni (solo metereologiche o anche quelle della vita?) influiscono:
Le trapunte invernali erano a colori più vivaci di quelle estive: rosso, arancione, blu, viola; e alcune avevano inserti di seta, velluto e broccato.

Brandelli di tessuti che in origine avevano avuto altri compiti. Erano stati vestiti, tovaglie, lenzuola e continuavano a trattenere su di sé la storia di cui erano stati testimoni. Le parti che non erano consunte, sbiadite, finivano nella borsa degli stracci e sarebbero diventati una trapunta. Quello che Grace fa alla fine. Cuce la sua trapunta, l’Albero del Paradiso, in cui unirà tre triangoli che derivano dalla sottogonna di Mary Whitney, dal vestito del carcere e dal vestito che Nancy indossava in giorno dell’arrivo di Grace. Sono tre capitoli importanti e dolorosi della vita della protagonista che vengono trasformati in qualcosa di bello, non vengono rigettati, non cerca di rinnegarli: sono il percorso che ha fatto per diventare quella che è.

Il ricamo, il cucito sono attività che facevano parte della formazione delle donne del secolo scorso. Anche la madre del dottor Simon per valorizzare la ragazza che lei aveva scelto per il figlio ne decanta la capacità di fare centrini e pizzi. Attività che tengono la donna in casa e servono per l’economia domestica. Ma le donne riescono a trasformarla in attività creativa, spesso vengono fatte in compagnia e insieme costruiscono qualcosa. Quando Grace, aiutata da Mary, stende le trapunte sul filo, le paragona alle bandiere di un esercito che va in guerra. Quindi non simboli di una tranquilla vita domestica ma vessilli sotto cui le donne si riconoscono, si uniscono. Oggetti che finiscono sopra i letti e li rendono la cosa più visibile della stanza. Grace se ne serve per sottolineare che su quel letto si nasce e nascere femmina è spesso già un handicap, si muore di parto (o di aborto clandestino come Mary) e si subiscono umiliazioni attraverso un atto che dovrebbe essere d’amore. Quindi da bandiera a manifesto della condizione femminile.

In alcuni momenti Grace mentre cuce sembra assentarsi. Il movimento dell’ago di entrare e uscire dalla stoffa, ritmico, ipnotico, è come se la facesse entrare in contatto con alcune parti profonde del proprio sé. Smette di parlare e scrive con l’ago la sua storia.
Ma il futuro è alle porte. La sagace madre del dottor Simon intuisce l’importanza della macchina da cucire. Le donne stanno cambiando, il mondo subirà un’accelerata ma quel patrimonio culturale non può essere dimenticato. Se nonostante un’infanzia di miseria, le violenze di un padre alcoolista, una traversata dell’oceano nella stiva di una nave, l’abbandono della propria casa, la perdita della madre, il lavoro come serva a tredici anni, la morte dell’amica per un aborto, le umiliazioni impartite da una serva come lei, essere oggetto di avances sessuali, partecipare e/o assistere a due omicidi, il carcere, il manicomio, riesce a rimanere sana di mente, si sposa e si fa una casa con degli animali (il desiderio di Mary), è evidente che il cucito ha avuto la sua importanza perché le ha permesso di creare, di vedere ciò che è bello, di esprimersi.

La macchina da cucire permetterà di scrivere una nuova storia, di fare nuovi modelli di quadrati, sarà un passaggio di testimone, un nuovo capitolo per noi che siamo altre Grace.

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