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LèGGERE LEGGéRE

Lettura in gruppo di testi femministi

È da molto che cerchiamo di trovare il tempo e il modo per leggere assieme alcuni testi femministi che consideriamo fondamentali e che per una ragione o per l’altra poi non riusciamo o possiamo affrontare da sole: la lettura assieme è certamente un modo che ci stimola a farlo passo passo anche grazie alla possibilità di un confronto in gruppo.

COME SI SVOLGE

Ogni donna singolarmente legge un brano o un capitolo del libro (in base a quanto concordato dal gruppo) e nel momento dell’incontro ci si confronta liberamente rispetto alle sensazioni, suggestioni o riflessioni che quel capitolo ci ha suscitato. Ognuna può contribuire con altri spunti (testi giornalistici, poesie, altri libri) suscitati da quella lettura, per arricchire l’incontro.

L’approccio è libero, “leggero” appunto e basato sul piacere della lettura assieme: non è scolastico, non importa capire tutto o dimostrare bravura e competenza in qualcosa, ma solamente lasciarsi catturare dal testo, farsi scuotere. La letteratura non è dichiarativa, non è qualcosa su cui si può essere d’accordo o meno, ma mette in moto le nostre reazioni ed emozioni, ci coinvolge, ci chiama.

IL PRIMO LIBRO

La mistica della femminilità di Betty Friedan

Fu così che una decina di donne si ritrovarono intorno al tavolo del salotto virtuale di Zoom, anche se abitano a centinaia di chilometri, anche se sono nella loro cucina con il tavolo rotondo e la tovaglia a fiori o hanno alle spalle un armadio bianco quattro stagioni, anche se sono in un sottotetto o in una camera d’albergo con il perlinato al muro. Quello che le unisce per otto lunedì sera è la lettura del libro La mistica della femminilità, di Betty Friedan, psicologa e giornalista americana degli anni settanta. L’autrice descrive il profondo malessere in cui precipitarono le donne degli anni cinquanta che non si identificavano più solo nel ruolo di madri, mogli e casalinghe felici ma che non avevano nemmeno la consapevolezza di cosa desiderassero: avevano perso la loro identità. La lettura non è sempre agevole per lo stile del saggio (qualcuna ha detto palloso, un’altra più elegantemente l’ha definito ridondante) in cui viene fatta un’enunciazione e vengono portate a supporto interviste o studi, la stessa affermazione viene nuovamente ripetuta con altre prove e testimonianze e poi ancora e ancora. Verrebbe voglia di dirle:

“Betty abbiamo capito, perché ce lo ripeti? Non ne hai bisogno perché sappiamo cos’è quell’insoddisfazione.”

Le donne sedute al tavolo virtuale si sono rispecchiate in molte delle immagini che l’autrice ossessivamente rimandava.  In un rigurgito di autostima (destabile termine) verrebbe voglia di dire che sono trascorsi cinquant’anni da quando Betty scriveva, oggi le donne possono fare tutto e essere tutto…ma, forse solo in apparenza. C’è un divario su quello che viene proiettato dai media e quello che siamo realmente, che desideriamo. Come alcune hanno fatto notare c’è il vuoto femminile nei ruoli apicali, ci sono convegni scientifici in cui i relatori sono solo uomini.

«Le ingiustizie di genere si ripresentano sempre sotto nuove forme». Chi potrebbe fare una simile affermazione? É una “voce delicata e argentina” che esce dalle pagine del libro. È la piccola Lucy Stone, nata nel 1818, “vestita di seta nera col pizzo bianco al collo” che avanza con le sue amiche: Antoinette Brown, Margaret Fuller, Angelina Grimkè, Abbey Kelley Foster. Hanno subito minacce e violenze, furono denigrate ma nella loro vita hanno visto le leggi cambiare a favore delle donne e ottenuto l’accesso all’istruzione superiore. Dietro a loro tante altre che si sono succedute e che non trovano posto in nessun testo scolastico di storia, manca una sorta di solidarietà nel tempo. La debolezza sta anche nel non conoscere l’eredità delle donne che ci hanno preceduto.

Abbiamo letto l’ultimo capitolo. Il libro è chiuso ma è sempre lì, in mezzo a noi. È riuscito a creare un legame, non “amiche” come è stato ribadito, tra coloro che hanno letto, si sono confrontate o hanno ascoltato, anche con chi ha dormito. La sfida delle Mafalde di lèggere leggère ha generato, nelle doglie, solidarietà. Ricominciamo?

IL SECONDO LIBRO

La donna vaginale e la donna clitoridea di Carla Lonzi

Il condominio zoom delle Mafalde si è riunito intorno al saggio di Carla Lonzi La donna clitoridea e la donna vaginale. La prima serata vedeva le signore appoggiate al davanzale con fare guardingo quasi a chiedersi: «dove andremo a parare?» Solo due manifestavano certezze: l’una totalmente vaginale e l’altra totalmente clitoridea.

Al secondo incontro il gruppo appariva più animato e rilassato. La materia veniva piano piano assimilata.
Una frase è tornata spesso: «Peccato non averlo letto prima.» Rammarico.
Il libro non è una novità editoriale, risale agli anni Settanta e non si trova in libreria, nemmeno in biblioteca, va proprio cercato. Vediamo di capirne il motivo.

Nell’Africa continua a perpetuarsi l’infibulazione, la clitoride è sempre asportata più altre parti, più o meno ampie, dei genitali femminili. Di solito è una donna che lo fa ad altre future donne. Questo fa acquisire maggior valore all’individuo femminile perché viene controllato impedendole il piacere. Noi non siamo africani ma evoluti occidentali e certe pratiche le condanniamo. Ma forse siamo tutte Violetta:

Follie! […] / Di voluttà nei vortici perire. /Sempre libera degg’io / Folleggiar di gioia in gioia, / Vo’ che scorra
il viver mio / Pei sentieri del piacer.

che così canta nella Traviata. Una donna che afferma la propria libertà e indipendenza anche nella sessualità. Qual è il suo destino? Non può che morire, deve sacrificarsi per l’amato, per non mettere in crisi gli schemi, le convenzioni. Se non muore può sempre essere considerata folle. Questo è il cibo con cui siamo state allattate, l’aria che ci hanno fatto respirare. Siamo state sottoposte a un’infibulazione mentale, emozionale, anche dalle nostre madri, altrimenti avremmo rischiato di morire o di impazzire. Relegare il proprio desidero dentro una cassapanca del solaio è la scorciatoia per la nevrosi. In brasiliano clitoride si dice “grelo”, germoglio. Il germoglio ha in sé la promessa della vita futura. Continuiamo a togliere i germogli dai rami.

Dopo tanto leggere, una delle signore del condominio ha proposto la gita di classe ad uno sexy shop. Mi sono documentata e cosa ho scoperto? Sono giocattoli creati certamente da maschi. Perché? Andate a verificare dopo aver letto “La donna clitoridea e la donna vaginale”.

IL TERZO LIBRO

Il gruppo di Mary Mac Carthy

Il gruppo, la storia di otto ragazze dell’alta borghesia che si sono diplomate al prestigioso Vassar College e muovono i primi passi nella società. L’aspettativa del lettore, almeno la mia, era di trovare la… sorellanza. Invece…

La struttura del romanzo sembra quella di un condominio disegnato da un architetto distratto. Mette nello stesso stabile la topaia di Norine che rimane tale anche quando si trasferisce. La casa Ikea di Kay, l’appartamento asettico di Priss, la suite di Pokey gestita dal maggiordomo Hatton, la soffitta di Polly e gli appartamenti signorili delle altre. Nessuna va a bussare alla dirimpettaia di pianerottolo per chiederle lo zucchero di cui è rimasta sprovvista. Non si trovano per condividere un caffè o per scambiarsi delle ricette.
Il tetto sotto al quale tutte possono abitare è Lakey. La troviamo al matrimonio di Kay e poi parte per l’Europa. Il suo nome torna costantemente, come se il suo spirito fosse sempre lì. Rientra poco prima della morte di Kay. Cura parte della regia del funerale e fa uscire Harald allo scoperto con tutta la sua miseria umana. Quest’ultimo evento avviene all’interno di un’auto. Un altro interno. Ciascuna continua ad abitare le proprie stanze. Quello che manca sono i muri portanti della relazione tra di loro e non solo.
Polly, un incrocio tra Biancaneve e Cenerentola, si trova a dover accudire il padre affetto da sindrome maniaco-depressiva che ha già portato al fallimento la famiglia e finisce a vendere il suo sangue per poterlo mantenere. Vende il sangue ma non si pone nemmeno il problema se desidera coabitare con il padre.
Poi c’è Priss che ha partorito un robottino con annesse istruzioni scritte in varie lingue. Quella del marito-pediatra che è un fautore dell’allattamento al seno a orario. Quella della madre che suggerisce l’uso del biberon. Quella delle infermiere che propongono allattamento a orario ma con aggiunta di poppata artificiale. La lingua di Priss non è prevista. Il robottino ha un difetto di fabbricazione: non fa la cacca a comando e questa fa provare imbarazzo alla madre. Niente altro.
E poi Kay. È la prima a sposarsi e primo capitolo descrive il suo matrimonio che si svolge in una cappella laterale di una chiesa episcopale. Sia il rito che il rinfresco rimangono in mente per le pennellate di degrado: le calze storte e le scarpe consunte e nere di Kay, il tappeto liso, il dolce bruciacchiato e stantio. Il nero a un matrimonio e essere tredici a tavola sono presagi di come evolverà la vicenda. Sembra quasi che ci sia una predestinazione. Sarà la prima a morire: l’unico modo per uscire dalle situazioni che si sono create?
Oltre ai muri portanti delle relazioni interpersonali mancano anche quelli della relazione con se stesse.
Capitoli che si succedono come racconti singoli in cui le protagoniste del momento passano il testimone alla successiva. Il gruppo, un romanzo scritto negli anni Sessanta, ambientato negli anni Trenta ma potremmo definirlo un moderno romanzo da lockdown. Se lo immaginiamo come stratificazione di ere geologiche troveremmo sulla superficie le tematiche della sessualità sia omo che etero, della violenza sia fisica che psichica, le problematiche psicologiche e psichiatriche. Nello strato intermedio, di notevole spessore, l’incomunicabilità inter e intrapersonale. Infine un terzo livello, sottile, quasi impercettibile ma molto inquinante di depressione. I semi piantati all’inizio del libro sbocciano alla fine, il già scritto a cui non ci si può sottrarre. Anche Norine mette a suo figlio un nome che sembra una predestinazione, Ichabod cioè senza gloria. L’inizio di un nuovo romanzo?

IL QUARTO LIBRO

Legami feroci di Vivian Gornick

Due donne camminano per le strade di New York. Due donne come tante: una madre e una figlia che ricordano il passato e inevitabilmente si scontrano. Poche volte, però, ci è dato di ascoltare da vicino una conversazione tanto intima, ma qui è possibile perché la figlia è Vivian Gornick e “Legami feroci” è il suo primo memoir, un libro diventato di culto e annoverato tra i più significativi del suo genere.

È lei che ripercorre una vita segnata dalle continue lotte per l’indipendenza dalla madre, quella che le cammina accanto, intelligente pur se non istruita, prigioniera della perdita prematura del marito ma determinata ad affermare ancora e ancora il suo ruolo di leader non solo in famiglia, ma anche nella piccola comunità dove per anni hanno vissuto. Arguta, feroce, stravagante, questa madre è una gigantessa domestica con cui il confronto è sempre estremo.

Vivian Gornick racconta in rigoroso disordine la sua vita con e contro una donna ingombrante, difficile, certo indimenticabile, in un libro che, come gruppo, ci ha particolarmente coinvolto e stravolto perché, forse, in quel legame ferocemente ingombrante ci siamo riconosciute.

IL QUINTO LIBRO

L’altra Grace di Margaret Atwood

Ago e filo, una donna vestita di grigio con una cuffia in testa, pezzi di stoffa colorati.

Questa è l’immagine di Grace nel romanzo ed è lei che lo scrive con l’ago e il filo. I suoi sono punti piccoli e fitti, una calligrafia minuta, che unisce frammenti di tessuto a formare descrizioni, a riempire pagine che sono i quadrati che compongono i patchwork, come tanti capitoli. “Piatti rotti” narra la traversata dall’Irlanda al Canada dove si rompe la teiera, oggetto simbolo della cultura inglese. Cultura che viene lasciata per andare verso qualcosa di nuovo in cui i pezzi si ricompongono nell’unire le stoffe. “Cuore e frattaglie” descrive della macelleria che avviene in casa Kinnear. “Vaso di Pandora” rappresenta la seduta di ipnosi in cui esce un’altra parte di Grace.

I pezzetti di stoffa vengono scelti dalla borsa che li contiene e assemblati. L’immagine è caleidoscopica e basta ruotarla che si modifica. Così i ricordi estratti dalla memoria generano visioni diverse in base alle emozioni che li hanno generati, una lettura diversa per ciascuno di noi. Lo schema è sempre lo stesso ma si modifica in base ai colori. Anche le stagioni (solo metereologiche o anche quelle della vita?) influiscono:
Le trapunte invernali erano a colori più vivaci di quelle estive: rosso, arancione, blu, viola; e alcune avevano inserti di seta, velluto e broccato.

Brandelli di tessuti che in origine avevano avuto altri compiti. Erano stati vestiti, tovaglie, lenzuola e continuavano a trattenere su di sé la storia di cui erano stati testimoni. Le parti che non erano consunte, sbiadite, finivano nella borsa degli stracci e sarebbero diventati una trapunta. Quello che Grace fa alla fine. Cuce la sua trapunta, l’Albero del Paradiso, in cui unirà tre triangoli che derivano dalla sottogonna di Mary Whitney, dal vestito del carcere e dal vestito che Nancy indossava in giorno dell’arrivo di Grace. Sono tre capitoli importanti e dolorosi della vita della protagonista che vengono trasformati in qualcosa di bello, non vengono rigettati, non cerca di rinnegarli: sono il percorso che ha fatto per diventare quella che è.

Il ricamo, il cucito sono attività che facevano parte della formazione delle donne del secolo scorso. Anche la madre del dottor Simon per valorizzare la ragazza che lei aveva scelto per il figlio ne decanta la capacità di fare centrini e pizzi. Attività che tengono la donna in casa e servono per l’economia domestica. Ma le donne riescono a trasformarla in attività creativa, spesso vengono fatte in compagnia e insieme costruiscono qualcosa. Quando Grace, aiutata da Mary, stende le trapunte sul filo, le paragona alle bandiere di un esercito che va in guerra. Quindi non simboli di una tranquilla vita domestica ma vessilli sotto cui le donne si riconoscono, si uniscono. Oggetti che finiscono sopra i letti e li rendono la cosa più visibile della stanza. Grace se ne serve per sottolineare che su quel letto si nasce e nascere femmina è spesso già un handicap, si muore di parto (o di aborto clandestino come Mary) e si subiscono umiliazioni attraverso un atto che dovrebbe essere d’amore. Quindi da bandiera a manifesto della condizione femminile.

In alcuni momenti Grace mentre cuce sembra assentarsi. Il movimento dell’ago di entrare e uscire dalla stoffa, ritmico, ipnotico, è come se la facesse entrare in contatto con alcune parti profonde del proprio sé. Smette di parlare e scrive con l’ago la sua storia.
Ma il futuro è alle porte. La sagace madre del dottor Simon intuisce l’importanza della macchina da cucire. Le donne stanno cambiando, il mondo subirà un’accelerata ma quel patrimonio culturale non può essere dimenticato. Se nonostante un’infanzia di miseria, le violenze di un padre alcoolista, una traversata dell’oceano nella stiva di una nave, l’abbandono della propria casa, la perdita della madre, il lavoro come serva a tredici anni, la morte dell’amica per un aborto, le umiliazioni impartite da una serva come lei, essere oggetto di avances sessuali, partecipare e/o assistere a due omicidi, il carcere, il manicomio, riesce a rimanere sana di mente, si sposa e si fa una casa con degli animali (il desiderio di Mary), è evidente che il cucito ha avuto la sua importanza perché le ha permesso di creare, di vedere ciò che è bello, di esprimersi.

La macchina da cucire permetterà di scrivere una nuova storia, di fare nuovi modelli di quadrati, sarà un passaggio di testimone, un nuovo capitolo per noi che siamo altre Grace.

IL SESTO LIBRO

Canne al vento di Grazia Deledda

Da Grace a Grazia.

Da un panorama interiore pieno di fascino e incertezze a un ambiente empatico e potente in cui si muovono i protagonisti del romanzo. Il paesaggio è diverso di giorno e di notte. Il sole delinea tutte le parti decadenti, in via di disfacimento: il cumulo di pietre del castello, il paese con i muri sgretolati, le catapecchie e il cimitero con le ossa che biancheggiano tra l’erba. La luna invece illumina il mondo dei folletti, delle panas, delle janas e dei fantasmi. Pagina dopo pagina escono i profumi delle euforbie, lo zirlio dei grilli, il pigolare delle galline sonnacchiose. La terra è un essere vivente che respira, che ha una colonna vertebrale di montagne, una circolazione di fiumi, il canto degli uccelli e il mormorare delle canne. La sua vita è così potente che tra il degrado fa esplodere melograni e carrubi.

Il questo ambiente si muovono i personaggi che, al confronto, sono tutti neri e piccoli. Il più piccolo e nero è
Efix, il servo fedele, il cane Argo. È quasi un padre buono per le Dame Pintor. Asseconda Lia nel suo desiderio di un destino diverso, in un luogo dove possa decidere sulla sua vita. Le libera da un padre violento. Provvede alleloro necessità senza chiedere niente in cambio. Le ama. Muore sul pavimento della loro casa quando passerà  il testimone a Don Pedru che continuerà la sua opera.

Il vero padre è don Zame, il cui fantasma aleggia su tutto il romanzo. È rimasto vedovo e ha perso un figlio maschio. Gli rimangono quattro figlie femmine che segrega in casa, nessun uomo è degno di averle in moglie. Opera su di loro un controllo continuo. Lia, la terzogenita, con la sua fuga sembra far impazzire don Zame che muore ucciso accidentalmente da Efix. Questi due eventi peseranno sulle altre tre figlie che finiranno in miseria. L’unica cosa che rimarrà loro è il cognome.

Ruth che è la più vecchia e grassa, colei che non prende mai una decisione, morirà di un colpo apoplettico. Ester prende delle iniziative: scrive di nascosto una lettera al nipote per invitarlo, compra dei dolci per fargli festa. Noemi invece ha guardato scorrere la sua vita su un balcone. Chi sopravvive? chi cerca di resistere e adattarsi alle avversità della vita fino a quando non trova la forza di fare qualcosa che ne determini un cambiamento. Il matrimonio di Noemi è una rivoluzione. Lei è la più orgogliosa e ormai si è adattata alla miseria, non è giovanissima, potrebbe continuare a stare sul suo balcone invece accetta di fidarsi di un uomo e di unire la sua vita a quella di lui. Ha resistito ed è pronta per il cambiamento. Permettetemi di unirmi al corteo nuziale per poter lanciare anch’io “grano e fiori per augurar loro buona fortuna”.

IL SETTIMO LIBRO

Ragione e sentimento di Jane Austen

Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.
Questa è una citazione da Perché leggere i classici di Calvino.

Ragione e sentimento ha scatenato bagarre nel gruppo Leggere leggere quasi come il Ddl Zan in Senato. Tanto potere indica che è un romanzo che mantiene una certa attualità nonostante l’età vetusta, vuol dire che la Austen è una grande scrittrice.
Cos’ha in comune una donna post-illuminista con una del terzo millennio? Intercettare uno sguardo maschile su di sé, udire una voce maschile che pronuncia proprio quella frase o con un certo tono di voce che diventa una carezza: tutto questo ci fa sentire uniche, protagoniste al centro di un cerchio luminoso. E parte il film della favola con cui siamo state allevate con l’immancabile finale di un abito di pizzo bianco.

Tale abito può cambiare lunghezza o foggia in base all’età, all’epoca o al portafoglio ma rimane bianco in tutte le sue sfumature e il mazzolino è come la coppa dei campionati mondiali di calcio da sventolare davanti alle proprie simili, come il testimone da passare a un’altra perché prosegua la staffetta. Il traguardo è il principe azzurro che, anche se principe, di solito è poco azzurro. Le tonalità del principe le descrive benissimo la Austen e non si sono evolute nel tempo. Se la favola rimane tra le pieghe dell’anima, noi siamo comunque cambiate. Non passiamo più dal potere del padre a quello del marito, non dipendiamo solo dalla sua rendita, possiamo avere una nostra, possiamo sposare una persona dello stesso genere o di diverso colore cutaneo o fede religiosa. Oppure possiamo non sposarci senza sentirci donne fallite. La Austen, o meglio l’amica Jane, non si è sposata e si manteneva con il suo lavoro e sarebbe sicuramente contenta del fatto che più di duecento anni non siano passati invano. Rimane da lavorare ancora nella relazione tra donne, dove l’agire subdolo, la malignità, l’invidia spesso prevalgono rispetto alla sorellanza, alla complicità.
Speriamo che servano meno di trecento anni!

OTTAVO LIBRO

Il pomeriggio di un fauno di James Lasdun

Primo libro di un autore maschile letto dal gruppo Leggere leggere. Un fantastico thriller in cui la tensione aumenta, aumenta… sembra che la soluzione sia proprio lì ma non arriva mai.

Ci sono tre mondi che s’intersecano. Quello animale con i tacchini che sembrano lo specchio degli umani in versione migliore, quello dei protagonisti con le storie che s’intersecano e quello della politica americana e degli scandali sessuali che fanno da sfondo.
Il narratore, il cui nome non appare mai, è amico di Marco Rosedale, che gli confida la preoccupazione che la sua vita e la sua reputazione siano distrutte dalla pubblicazione di un memoir di Julia Gault, sua ex collega con cui aveva avuto una storia quarant’anni prima, che lo accusa di stupro. Il memoir in realtà voleva essere uno spaccato sulla sessualità degli anni settanta ma l’attenzione degli editori si concentra su quell’episodio che vede coinvolto un personaggio che ha avuto una certa fama e figlio di un importante avvocato della Corona inglese. Marco nega tutto e trova il modo di bloccare la pubblicazione ma è interpellata una nuova casa editrice diretta da una donna: anche questa volta interviene il padre e nuovamente tutto si ferma.
Il narratore conosce anche Julia Gault perché era amica e protetta di sua madre. Si reca a casa della donna per farsi raccontare la storia dal suo punto di vista. Riemergono episodi del suo passato, i fallimenti, le ferite non risarcite. Il memoir doveva essere il suo modo di riemergere, anche economicamente, ma le è impedito. La rabbia covata per anni le fa raccontare una menzogna e questo mette in discussione la sua verità.
A questo punto sembra che il narratore sia in un vicolo cieco e il lettore prova un senso di soffocamento. Poi tutto si rivolve e dissolve. Julia si lancia contro la metropolitana e il problema non sussiste più. La tensione cala e le ultime pagine descrivono la scena in tv dello scontro fra Trump e Hillary Clinton per le presidenziali. Trump aggredisce Hillary e nel salotto Rosendale tutti lo danno per sconfitto ma sappiamo come è andata la storia.

Vorrei chiedere allo scrittore se era necessario far morire Julia.
Poteva accadere che Marco, dopo aver bloccato per la seconda volta il memoir, si recasse al suo ristorante preferito di Gates Avenue. Il casco era sopra una mensola del garage ma gli avrebbe sciupato il lavoro del suo barbiere italiano. Zigzagava tra le auto con la “sua giacca scamosciata rossiccio aperta sul petto e raccolta in pieghe sui fianchi” e le scarpe a punta. La sua attenzione fu catturata da un culo fasciato da una stoffa lucida e cangiante come la madreperla. Le natiche sembravano danzare e i suoi occhi erano ipnotizzati da quel movimento. Peccato che a New York, come a Rosignano o tanti altri comuni, le strade siano piene di buche e la ruota anteriore finisse dentro a una di queste. Il monopattino si impennò e Marco, come un moderno cow boy, fu lanciato in aria e atterrò di testa. Le cure furono tempestive ma…rimase paralizzato dal collo in giù. Il vecchio sir Alec Rosedale alla notizia fu colto da ictus con perdita di memoria e non riuscì più a esercitare la sua professione. Julia pubblica il suo memoir su come fosse vissuta la sessualità negli anni Settanta e il libro suscita un buon consenso di critica. Ci saremmo risparmiati l’ennesimo femminicidio letterario, sorte di ogni protagonista che cerca di affermare i propri desideri o diritti. Siamo cresciuti con l’immagine di Ulisse che tende l’arco, di Enea che porta il padre sulle spalle, di Crusoe che vede l’impronta sulla sabbia, perché di Julia dobbiamo ricordare un corpo frantumato?
Forse i tacchini ci guardano e commentano: «Così vanno le cose tra gli uomini».

NONO LIBRO

Una donna di Sibilla Aleramo

Sono seduta su una panchina della piazza che tu vedevi dal tuo «alto balcone», in un giorno di fine agosto, immersa in quella luce e quei colori che tanto ti hanno entusiasmato da ragazzina. Ho finito di leggere il tuo libro e l’ho posato accanto a me. È come se tu fossi lì. È un dialogo intimo il tuo. Dici di aver scritto per spiegare a tuo figlio le tue scelte ma il fatto di averlo pubblicato è come se tu volessi parlare anche con me, da nonna, o meglio bisnonna, a nipote. Sono stupita di come tu abbia trovato il coraggio di scrivere del tuo stupro. Nessuna donna l’aveva fatto prima perché queste cose vanno taciute come hai fatto tu per anni. Il giorno dopo l’uscita del tuo libro la tua vita è cambiata. Anche il salumiere dove andavi a fare la spesa ti ha guardato indugiando su qualche parte del tuo corpo oppure qualcuno di più ardito ha provato a infilare la mano nella scollatura. Non c’è niente di più eccitante di una donna che non può reagire e si innesca una coazione a ripetere, mai una comprensione e rispetto.

Altra colpa imperdonabile è aver lasciato il marito e soprattutto il figlio per voler esistere come persona, non essere diventata vittima sacrificale e vivere in stato vegetativo, non esserti suicidata o impazzita, come chi ti ha preceduto. Questo significa che al tuo nome verrà associata tutta una serie di definizioni dispregiative a sfondo sessuale.

Ti sono seduta accanto e ancora stento a credere che tu sia riuscita a indicare un’alternativa. Sento che con te posso parlare, che sei in grado di comprendere, che nonostante l’età sei come nella foto della copertina. Sono anch’io una donna. In quell’articolo indeterminativo ci hai definito come persone ma ci hai anche comprese tutte riuscendo a renderci uniche. Anche non aver messo il nome proprio di nessuno dei personaggi, li ha determinati solo tramite il ruolo: il marito diventi il marito di molte e così il babbo, la mamma…
Parto piano: “Sono nata il 17 aprile… di notte… c’era il temporale…”

DECIMO LIBRO

Al di là di Dio padre di Mary Daly

Non mi sarei mai inoltrata in Al di là di Dio Padre dopo aver letto la quarta di copertina. Mi sono accodata alle scelte del gruppo di lettura. E subito mi è sembrato di scalare una parete delle Dolomiti senza avere né l’attrezzatura, né la preparazione fisica e competenze per farlo. Ma non ero da sola. Il ritmo è rallentato. Lentamente la lettura è diventata pianeggiante anche se le asperità erano sempre dietro…la pagina.

Poi c’è stata l’escursione del 19 dicembre per ricordare Silvia, una di noi, una vittima del ginocidio. Ritrovo in piazza a Monterotondo: arrivo in anticipo, come al solito. Giubbotto, zaino e scarpe sono nuove perché le viaggiatrici non siano impacciate da un equipaggiamento malfunzionante.
12 km non saranno troppi? Quando vedo il gruppo delle escursioniste mi consolo: ci sono anche delle
bambine. Ce la posso fare. Siamo in 13. Tredici rappresenta l’Altra ora…l’alba sempre ricorrente di una
nuova creazione. Ci muoviamo seguite dallo sguardo vigile degli avventori del bar seduti all’esterno, come da norme Covid. I loro occhi vedono donne che camminano con le proprie gambe di domenica mattina. Forse stiamo compiendo un esodo?

Il percorso è in salita, talora molto in salita, con varie soste per aspettare tutte. Una pausa su uno spiazzo sassoso. La guida indica: «Quelle sono le Cornate, quelle sono le Apuane, i monti Pisani, …,”
“Esistere come esseri umani è dare un nome al sé, al mondo e a Dio” «…quello è il Santuario della Madonna del libro». Faccio un’esclamazione di stupore, non avevo mai sentito parlare di una tale Madonna. La guida propone di andarci alla fine. Commemoriamo Silvia con la lettura di un poesia. Camminiamo e parliamo, alcune sono Tessitrici, altre Malvagie, Vagheggiatrici, Vegliarde, Adirate, Furenti, Sopravvissute, Virago, Sibille ma tutte Streghe.

La tappa successiva è alle Biancane. Una delle bambine descrive il fenomeno dal punto di vista scientifico.
Ma seduta su una panchina tra sbuffi di vapore e effluvi di zolfo riemerge: “In quanto emarginate… vedere significa che ogni cosa cambia: le vecchie identificazioni e le vecchie sicurezze scompaiono. Perciò l’etica che emerge nel movimento femminista non è un’etica della prudenza ma ha come tema dominante il coraggio esistenziale. Questo è il coraggio di vedere e di essere a faccia a faccia con le angosce senza nome che vengono a galla quando una donna comincia a capire cosa si nasconde dietro le maschere della società sessista e a confrontarsi con la terrorizzante realtà della propria alienazione dal proprio autentico sé.”

Ci inoltriamo nel bosco, castagni e cerri. Il sentiero é stretto, ci sono strapiombi. Il rumore delle seghe elettriche sovrasta il nostro chiacchiericcio. I boscaioli sono nella parte superiore della collina. Ci sono molte cataste di tronchi, alcune sono proprio sul nostro percorso. Uno schema fallocentrico. Sono una delle Adirate. Potrei togliere il legno che funge da fermo e il legname rotolerebbe per la collina, potrei urlare che sono dei prepotenti che si ritengono padroni del mondo. Le parole scritte di Mary Daly riecheggiano: questo sarebbe maschilista.., patriarcale… mentre le donne sono creative. Tutte noi aggiriamo l’ostacolo, anche le bambine, io arranco e qualcuna mi allunga le bacchette. Il sopruso non impedisce il nostro progredire. Avevo dimenticato le Indomite!

La camminata volge al termine. Ciascuna di noi ha raccolto un sasso lungo il percorso e lo lascia vicino a un monumento, nel centro di Monterotondo, in memoria di Silvia.

Ma rimane da esaudire la promessa del santuario della Madonna del libro. Il luogo è isolato, appena fuori del paese La Leccia. La costruzione con il suo portico ricorda l’architettura dell’America del sud. Qualcuno riesce a recuperare la chiave. Entro e La vedo. È l’incanto. Mi sembra che sia alla mia altezza eppure è sopra l’altare. Mi siedo su una delle panche e continua a sembrarmi alla mia altezza. Tiene il Bambino con il braccio sinistro contro il proprio fianco mentre con la destra regge un libro ed è intenta a leggerlo. Il bon ton direbbe che sono le Sacre scritture ma non c’è niente che lo indichi, potrebbero essere le poesie di Catullo o la Lisistrata di Aristofane. Una lettura attenta come appare dall’espressione concentrata. Indossa una tunica rossa che lascia intravvedere una pancetta, segno della recente gravidanza, su cui spicca l’ombelico. Non avevo mai visto l’ombelico di Maria. …le donne che sono «proprietà pubblica»- soprattutto le prostitute- possono essere «femmine» (Eva) senza la precaria identificazione con Maria che per le privilegiate donne «buone» è stata sovrimpressa alla femminilità in quanto tale. Questa Madonna è rivoluzionaria, non gliene importa niente di tutto quello che le hanno cucito addosso secoli di teologia maschilista e delle prigioni dei dogmi. È una femmina, una madre e…legge.

Mi è sembrato che tanti pezzi rotti ritrovassero il loro posto.

Quando leggo mii capita si finire dentro il libro e vivere accanto al protagonista. Stavolta è stata Mary a entrare dentro di me, le sue parole mi hanno accompagnata mostrandomi quello che non comprendevo. Grazie sorella!

LIBRO 11

L’astragalo di Albertine Sarrazin

Nell’opinione comune sembra che ci sia una dicotomia tra la letteratura e la scienza. Eppure scopro la geometria nei romanzi.

Tutto è cominciato con Legami feroci in cui il rettangolo ha fatto quasi cadere dalla sedia una delle lettrici di Léggere leggère. La protagonista è sotto l’effetto della marijuana quando “cominciai a sentire il rettangolo aprirsi dentro di me irradiando una luce violenta, scintillante, e muoversi, non limpido e stabile come sempre”. L’esperienza torna successivamente “anche il rettangolo dentro cui i miei pensieri fiorivano o avvizzivano era un piccolo recinto interiore in cui la mia vita lavorativa si era costretta”. Inizia così un periodo di attività intensa, pensieri, emozioni, immagini. Ma dopo una settimana “fui di nuovo avvolta da una nebbia oscura, il rettangolo si avvizzì e io mi ritrovai di nuovo a centellinare fuggevoli sprazzi di limpidezza, come al solito, come sempre”. Quasi fossimo davanti a delle persiane che si aprono e
permettono il contatto con la propria interiorità, una breccia negli spessi muri che costruiamo intorno a noi, ma che poi si chiudono

La stessa figura geometrica è presente anche in L’astragalo di Albertine Sarrazin. Anne, la protagonista, scappa dal carcere volando da un muro alto più di dieci metri e si rompe l’astragalo, un osso breve che ha il compito di distribuire il peso del corpo al piede. Questa lesione è molto rara e impedisce la stazione eretta.
Dal rettangolo della cella si ritrova a “Ero posata in un rettangolo, con attaccato a me, un peso sconosciuto che mi impediva di uscirne”. L’infanzia di Albertine è stata spezzata dalla violenza che l’ha portata ad una vita di prostituzione e furti. Ora è stata raccolta e sollevata dalle braccia di un uomo maturo, Julien, che la conduce alla casa di sua madre dove vive anche la famiglia di sua sorella Ginette. La sistemano in una specie di nurcery con due bambini piccoli e le due donne la accudiscono. Un’esperienza che le fa dire “La mia nuova libertà m’imprigiona e mi paralizza”. Poiché è una latitante, Julien provvede a spostarla in altri “rifugi”. Quando il piede diventa nero e insensibile, la portano in ospedale dove si chiede “Quanto tempo sarei rimasta sul quel nuovo rettangolo, metallico, disumano?” Finalmente la gamba è curata. La convalescenza avviene Parigi a casa di Annie, un altro carcere con regole, orari, stanze piccole. Annie è l’immagine di Anne quando sarà vecchia: un’ex prostituta con il marito in carcere e una bambina al seguito. “Annie e io: due donne, prive d’amore e di splendore: io non posso, lei non vuole più. Tutto il giorno siamo fianco a fianco, legate dall’affinità dei gesti, dei pasti […]; le nostre sedie sono l’una di fronte all’altra e io sono mancina, ci riflettiamo”.

Arriva una nuova figura geometrica. “Ho risaldato il mio cerchio, vi sto sola, ben al centro, le tangenti attorno colpiscono e si confondono, lascio che fuggano e si perdano, me ne infischio”. Questa è la situazione esistenziale di Anne: lei è il punto del centro, tutti gli altri sono punti alla distanza del raggio, poi ci sono le
inutili tangenti. Julien è sfuggito a questo schema perché è entrato nella sua vita in un momento in cui era costretta a strisciare sui gomiti, l’ha mantenuta, l’ha curata, l’ha presa in collo. Appena torna autonoma cerca di ristabilire le suo formule geometriche e riprende a prostituirsi. “…sempre isolata nel mio cerchio o
nel mio rettangolo,…”

Lui non le pone mai delle regole, dei divieti, non è un rapporto rettangolare e lei si lascia andare e finalmente vive l’amore.

Poi il cerchio si chiude, si ritorna all’inizio. Nell’ultima pagina c’è un gioco sulle parole del movimento: “..in cammino…non cercare di correre…sono un po’ impedita…cammino…zoppicando appena”.

Quella che scende le scale davanti allo sbirro, zoppicando appena ,non sarà mai più quella che si è lanciata nel buio in un volo di dieci metri.

Il rettangolo-cella si sta per riaprire ma forse è un rettangolo aureo: un rettangolo in cui il rapporto tra il lato più lungo e il lato più corto è sempre un numero irrazionale cioè un numero decimale infinito non periodico. È il rettangolo usato dagli architetti del Partenone, da Leonardo nella Gioconda e nell’Ultima Cena, da Debussy per la sua musica. È l’armonia.

LIBRO 12

Cime tempestose di Emily Bronte

Cime tempestose è un romanzo che ha attraversato i secoli ed è approdato anche al nostro Leggere leggère. Davanti agli stessi capitoli ognuna dava rilievo a dei particolari che altre non avevano notato, era come diventare Argo Panoptes.
Prendiamo il personaggio di Heathcliff. È stato descritto come maltrattante, torturatore, animato da desiderio fusionale, bel tenebroso, affascinante, vittima delle circostanze, soggetto da non far leggere agli adolescenti. Forse tutte noi abbiamo incontrato un Heathcliff in carne e ossa e di quello letterario ne abbiamo visto solo certe caratteristiche che abbiamo già conosciuto. In fondo vediamo solo quello che conosciamo e quello che non vediamo lo riempiamo per similitudine. Ho fatto l’esperienza del mio sguardo, dello sguardo dell’altra e di vedere entrambi gli sguardi dall’esterno, tutto moltiplicato per ciascuna di noi. Una favola! Un caleidoscopio di emozioni. Quando stavamo esaminando il capitolo in cui Heathcliff mostrava il peggio di sé, tutte parlavano degli altri personaggi o si soffermavano sui dettagli del paesaggio, come se ci fosse uno scotoma, il non vedere il male, come se così sparisse. Abbassare le palpebre davanti all’orrore è umano.
Forse scorgo anche altro. Heathcliff è stato trovato dal signor Earnshaw al mercato di Liverpool. Se lo porta a casa, lo veste, lo lava, lo nutre, gli dà un’istruzione e anche un nome al pari degli altri suoi figli. Forse Emily conosceva l’infanzia abbandonata che viveva nelle città e verrà descritta da Dickens. Alla morte del signor Earnshaw, quel bambino viene ridotto a servo da parte del figlio legittimo. Questo lo trasforma in un essere pieno di rabbia. La stessa rabbia che dovevano provare le masse popolari dell’epoca che si ritrovavano nella miseria e costrette al duro lavoro nelle fabbriche che coinvolgeva uomini, donne e bambini nello stesso modo, senza alcuna tutela. In questo mondo che si sta trasformando, le convenzioni sociali perdono la credibilità. Heathcliff sembra incarnare tutto questo e si ribella a quello che rappresenta Linton o Hindley. Forse anche la scrittrice si sarebbe voluta ribellare e riesce a farlo tramite un personaggio maschile che sarebbe stato più credibile di uno femminile.
Emily dopo la morte del fratello si lascia morire come fa Heathcliff. Una vita trascorsa in una canonica in mezzo alla brughiera con la morte onnipresente: dentro, con tutti i lutti che hanno costellato la sua vita, e fuori, per l’affaccio della casa sul cimitero. Se scrivere storie aiutava a trasformare la realtà per trasferimento in un mondo che è altro, la morte spesso è l’unica soluzione come per tanti personaggi.

P.S. si capisce qual è personaggio del romanzo che mi ha affascinato? Ma solo dal punto di vista letterario!
Se Madame Bovary è la velleitaria, il grillo parlante di Pinocchio è un rompiscatole, Hethcliff è la rabbia. La sua costruzione è perfetta, lui cammina con le sue gambe ed è destinato a vivere per altri secoli.

LIBRO 13

Le tre ghinee di Virginia Wolf

Non c’è momento migliore di quello che stiamo vivendo per leggere o forse ri-leggere Le Tre Ghinee di Virginia Woolf.
Già nel 1938 quando fu pubblicato in Inghilterra come pamphlet contro la guerra, certa Constance Cheke (una lettrice) le aveva scritto: “Cara compagna outsider, io non faccio parte della Sua stessa classe sociale, ho dovuto attendere che Smiths ne riducesse il prezzo da 6 a 2 sterline per comprarlo. Ciò detto, credo che Le Tre Ghinee dovrebbe essere letto in tutte le scuole, in tutte i college, in tutti i seminari.”

Virginia non ricevette solo apprezzamenti, il contenuto secondo alcuni, anche tra i suoi amici, era inopportuno in un momento in cui in Inghilterra si respirava aria di guerra e incombeva la minaccia del fascismo. Ma l’outsider Virginia, in questa occasione rimase appunto indifferente alle critiche e nello stile colloquiale-empatico che è peculiare ai suoi saggi e che sottende il suo desiderio della ricerca della verità, si chiede “in che modo le donne possono prevenire la guerra?”. La risposta viene da lei articolata rivolgendosi a tre ipotetici interlocutori, un avvocato – segretario di associazione – e due tesoriere onorarie di un college femminile e di un’associazione femminile.

L’ampiezza dell’analisi che Virginia compie – lucida, documentata, ricca di suggestioni e di geniali ironie – denuncia il legame che esiste tra sistema patriarcale, la guerra e il nazi-fascismo, stabilisce il nesso tra il potere esercitato nella sfera pubblica e nella sfera privata, ne esamina le implicazioni nefaste sulla vita delle donne. L’analisi genera la
proposta di un modello teorico, ancora allo stato embrionale ma che già indica un modo di
pensare preciso – in estrema sintesi “Io non ci sto” – e che si concretizza nella Società delle Outsider (o delle Estranee). Virginia dice: “Se non esiste un modello di ciò che
desideriamo essere, abbiamo però, ed è forse altrettanto prezioso, il modello quotidiano e illuminante di ciò che non desideriamo essere”
Scrivere era per Virginia un atto affermativo vitale per dire “io esisto”, ci metteva tutta sé stessa, la sua intelligenza finissima, la sua irresistibile ironia; scrivere era anche un atto sofferto e ci voleva coraggio per dire quelle cose in quegli anni. Lei lo fa senza rabbia, usa piuttosto l’ironia e chissà se, tra i suoi doni, aveva anche quello della lungimiranza che le lasciava intuire che stava consegnando alla memoria delle future sorelle un pensiero che avrebbe ispirato, come di fatto è stato, il femminismo della differenza.

Virginia dice: “Il modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi.

Quel che è certo è che Le Tre Ghinee è un libro che lascia il segno, ce lo conferma lo psicometro da polso cui la Woolf fa ironicamente riferimento nella seconda ghinea. Questo non è un libro che si conclude quando si finisce di leggerlo, tante sono le domande che rimangono in sospeso, tante le metafore geniali che vorremmo rivisitare e i pensieri che chiedono rilettura, perché con Virginia è così, si ha sempre l’impressione di non aver colto tutto.

LIBRO 13

Ogni passione spenta di Vita Sackville-West

Leggere Ogni passione spenta dopo Le tre ghinee non è casuale. Il fascino esercitato dalla Woolf impediva di lasciarla andare ma la complessità della sua scrittura richiedeva un parziale allontanamento. Leggere il romanzo di colei che è stata la sua compagna per tanti anni, è come volerla vedere dal buco della serratura.

Tanti sono i temi in comune nei due libri e sembra di ascoltare quelle che dovevano essere state le loro conversazioni: il ruolo delle “figlie degli uomini colti”, l’essere mogli di un buon partito e madri devote dei loro figli, l’assenza di formazione scolastica e di autonomia economica.
Parte così la storia di Lady Debora Slane che a ottantotto anni compie un gesto rivoluzionario. Rimasta vedova non accetta di andare a vivere con uno dei sei figli ma di affittare una casa nella campagna inglese, un edificio che aveva visto trent’anni prima e l’aveva affascinata. Il viaggio tra la centralissima Kensington dove vive e Hampstead è epico per una donna che non ha mai preso una decisione e i cui viaggi erano pianificati da altri.

Ogni piccola modifica genera tutta una serie di cambiamenti. Fa due nuove amicizie: il padrone di casa, il signor Bucktrout, e il capo cantiere, il signor Gosheron. Entrambi sembrano avere lo scopo di proteggere e aiutare Lady Slane, vogliono compiacerla in quelli che sono i suoi desideri (eccetto che per il riscaldamento centralizzato). Il signor Bucktrout le fa anche dei piccoli doni floreali per mostrarle che lei è nei suoi pensieri anche quando è altrove. Poi bussa alla sua porta il signor FitzGeorge che le rivela di essere innamorato di lei da oltre cinquanta anni. Si tratta di un collezionista di oggetti d’arte caratterizzati dalla bellezza e dall’averli comprati a un prezzo inferiore del loro reale valore di mercato. Tanta bellezza è fuori mai dentro. È proprio la bellezza di lady Slane che l’ha attratto. L’immagine che lui conserva nella sua memoria e che non condivide con lei è di quando la sorprese in ginocchio su un tappeto, circondata da fasci di fiori e vasi contenenti l’acqua che rifletteva la luce, accanto la culla con l’ultimo nato. Il suo sguardo che si solleva a guardarlo mentre dalle sue mani cadono gocce d’acqua. Un attimo. Sarebbe potuto essere un quadro di Renoir. È di questo che lui si vuole impossessare, ha percepito la sua bellezza oltre il ruolo di viceregina. Inizia a ruotarle intorno come un incantatore di serpenti, usa le parole, traduce in suoni tutte le frustrazioni della vita di Debora, toglie un granellino dal muro della sua vita rassegnata e inizia la frana. Critica il marito che aveva fascino e virilità, ma non percepiva le sue esigenze. Riesce a entrare nella stanza più segreta di Debora, dove nessuno ha mai avuto accesso, quando lei confessa:
«Volevo fare la pittrice».

Per essere sicuro che da quella stanza non sarà sfrattato per un rigurgito di lealtà verso il marito, pronuncia una frase che è un capolavoro:
«Questo mi dà la chiave. Dunque, potenzialmente eravate un’artista? Ma, essendo donna, il vostro
progetto è naufragato. Capisco. Ora capisco perché qualche volta, quando i vostri lineamenti erano distesi,
avevate un’aria così tragica. Ricordo d’aver pensato, guardandovi, ecco una donna che ha il cuore
spezzato».

Da buon collezionista vuole comprare quello che per cinquant’anni non ha potuto avere e lascia tutti i suoi beni a Lady Slane. La lega a sé. Il più grande affare della sua vita perché non spende niente. Ma la lady Slane di ora non è più la viceregina di allora. Il progressivo avvicinamento a se stessa è cominciato da quando ha deciso dove vuole abitare, come vuole trascorrere il suo tempo, chi frequentare. L’azione di FitzGeoge è neutralizzata dall’interpretazione che lei dà al suo gesto.
«Capì perché lui l’avesse tentata con le sue ricchezze: l’aveva fatto unicamente affinché lei trovasse la forza di rifiutarle».

Aveva fatto quello che non era riuscita a fare a diciassette anni quando si era trovata sposa senza quasi rendersene conto. A tutti noi consola pensare che le ferite che ci sono state inflitte nella nostra vita trovino, alla fine, un’abile restauratrice specializzata in rammendi. Gli sciami di farfalle bianche e gialle che avevano circondato il carro dei coniugi Slane quando avevano attraversato il deserto persiano erano un ricordo ben vivido nella mente di Debora. Lei a diciassette anni era appena diventata una farfalla ma era stata costretta a una metamorfosi inversa e tornare allo stadio di pupa per tutta la vita. Ora aveva bucato il bozzolo e poteva volare. Nessun collezionista di lepidotteri
sarebbe riuscito a fissare la sua bellezza su una tavola con degli spilli. Lo scopatore a parole aveva detto:
“Nulla è essenziale per l’artista, se non lo sviluppo del suo ingegno… Frustrato nelle sue speranze, l’artista cresce deforme come un albero costretto dentro una forma contro natura”.

Debora ha fatto un passo verso la libertà di realizzarsi, ci vorranno tre generazioni prima che appaia un’altra Debora che riuscirà a farne altri. Forse.

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